Mi sono girata e non c'eri più, com'era prevedibile.
E mi sono sentita piccola in quella piazza diventata all'improvviso esageratamente grande. Enorme, come la distanza che si stava mettendo fra noi.
- V A F F A N C U L OOOOOO - ho urlato più volte al vento che soffiava forte e che si divertiva coi capelli della gente e con la mia voce. Al decimo vaffanculo, una signora di mezza età, piuttosto grassoccia e pressurizzata in un cappotto d'altri tempi, si è fermata e mi ha detto - Cara, va tutto bene? -
Non va bene un cazzo, avrei voluto rispondere. Ma proprio un cazzo di niente. Dal lavoro, alla famiglia... che coi miei ci litigo un giorno sì e l'altro pure. Per non parlare della casa che non c'è, e di questo figlio che sta per venire alla luce in un mondo che gira così male che mi spaventa ad ogni respiro. Ma queste cose mica gliele ho dette. Le ho solo pensate. Anche perchè un dolore all'addome mi ha fatto ripiegare in due e restare senza fiato. Poi ho sentito dell'acqua scendermi fra le gambe e ho pensato che con l'agitazione mi ero anche pisciata addosso. Sarei voluta scomparire. Ma sono impietrita, incapace di fare un passo, di dire una sola parola.
"ha rotto le acque", "deve partorire", "chiamate un'ambulanza"... voci che si accavallano e sembrano lontanissime. Mani che si prendono cura di me e del mio bambino. Lampeggiante, barella, infermieri, flebo. Spingi, spingi... ancora un po'... un vagito.
Ecco Enrico. Paffuto, con la pelle arrossata e tanti capelli neri, come tuo padre.
Già, tuo padre. Che mi ha piantata proprio oggi.
E ora che ti racconto, piccino? Posso raccontarti che io e tuo padre c'eravamo tanto amati. Questo sì. E' che la vita è dura, la strada in salita, le difficoltà dividono più che tenere uniti. E forse io non lo amavo abbastanza. O forse lo amavo anche troppo, che quando mi ha detto "me ne vado", l'unica cosa che gli ho detto prima del vaffanculo è stato "ridammi le chiavi di casa". E lui me le ha lanciate in pieno petto, che quasi mi passavano da una parte all'altra.
Che begli occhi che hai. Scuri. Come quelli di tuo padre. Tuo padre, che mi ha preso per mano e mi ha portato in giro per il mondo, come due straccioni, a vivere alla giornata, dormendo in macchina qualche ora a settimana e pensando solo a fare l'amore. Due cuori e una capanna... funziona sai? Funziona finchè... boh, è dura dire fino a quando funziona.
Che forza... senti come stringi il mio dito. Forte come tuo padre. Che mi ha impalata più volte al muro e ha goduto con me, dentro di me. Una forza bella, quella di tuo padre, che non si ferma nei muscoli ma va oltre. Il suo carattere ne è intriso e anche l'anima.
E' una bella persona tuo padre, sai Enrico? Bisogna proprio che te lo presenti. Ecco, faccio il numero di telefono così gli dici che sei arrivato. Suona, libero. Non risponde. Cazzo. Rispondi!... Rifaccio il numero altre tre volte, ma niente. E scoppio a piangere. Eccola qua, la depressione post parto. Arrivata in volata. E più piango io, più strilli tu.
E il mondo inizia a ripiegarsi su di noi ed io non so come difendere me, figurati se riuscirò a proteggere te. Che ne sarà di noi?
- che concerto - dice una voce calda ed emozionata.
Ed io non ho il coraggio di aprire gli occhi. Li tengo serrati, ma allento la presa in modo che tu possa abbracciare il tuo bambino e prenderti cura di lui. Dimmi quando posso riaprire gli occhi...









