venerdì, 16 maggio 2008, 18:03

- smettila, mi fai male - ma tu niente, continui a spingermi contro il muro. E la ringhiera delle scale mi entra nelle ossa, nei fianchi. Le abrasioni si fanno vive e bruciano. Bruciano forse quanto gli occhi, stanchi di guardardi, parlarti.
Erano anni che non facevo le scale. Sei rampe mi sono sempre sembrate troppe, sia in salita che in discesa. Ma non potevo aspettare l'ascensore. La tua furia mi spaventa. - Tu non vai da nessuna parte - mi dici - tu sei mia -
Vorrei spaccarti la faccia ma tu sei troppo più forte di me. 
Premi violentemente il corpo contro il mio. Il tuo fiato sul collo, la bocca impastata di frustrazione per il non riuscire a impedirmi di andare via. Il cazzo duro. E la rabbia... che cresce ad ogni morso, ad ogni carezza che mi tiri. Negli occhi hai scritto di tutto: un mix di semenze che farebbe crescere un giardino delle emozioni da paura. Voglia. Mi attacchi al muro e mi prendi, come hai già fatto altro cento volte, in pieno giorno, fra la gente, eccitato dal fatto che potevi avermi solo tu.
E mi fa incazzare il sentirmi bagnata, avere la mente annebbiata dal desiderio di sentirmi strappare le mutande, di vederti inginocchiato fra le gambe che ti nutri di me. Rabbia per l'animale che sono e che tiri fuori con tanta maestria. Resisto un po'. Sembro più che altro una bambina capricciosa, e forse è proprio quello che sono. Tre secondi sono passati. Ti strappo la camicia di dosso. Mi prendo quel che voglio e tu non hai più tempo di farmi nulla che non sia io a dirti di fare.
Dei passi. Voci nella tromba delle scale.
Ma continuo a cavalcarti con una furia che quasi non riconosco.
- Porca - mi dici ogni volta che riesci a riprendere fiato. - Sei la mia puttana - e mi succhi i seni come un bambino. E io, a questa cosa qui, mica resisto.
Urlo sfinita su di te che spandi seme ovunque. Un disastro nell'insieme. Se poi ci mettiamo anche la coppia di vecchietti che si è fermata sul pianerottolo e si è goduta lo spettacolo. - Che schifo - dice lei arrossendo, mentre lui sogghigna. Adorabile diversità. Poi, fanno retromarcia e scompaiono giù al piano di sotto per prendere l'ascensore.
Siamo due pazzi. Sono le due del pomeriggio. Per fortuna siamo a ferragosto e sono tutti via.
Mi guardi e ridi. Ti do uno schiaffo. - Ora posso andare a fare la spesa? cazzo! -

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martedì, 01 aprile 2008, 17:02

Impunita, finora, la voglia di te.
Sguardi che ci seguono incessantemente. Solo la notte da un po' di sollievo al nostro desiderio di intimità.
Abbiamo camminato per ore, passando da una strada all'altra di quest'amena località balneare, mischiati fra la folla e, adesso che è sera, le strade sono diventate stranamente deserte. Il rumore dei tacchi riecheggia un po' tetro ma tu, sicuro, mi conduci per mano alla ricerca di un posto per la notte. Non hai prenotato. Ti strozzerei.
L'ufficio del turismo offre tutte le soluzioni, appena vede entrare un tutore della legge. Sicura che sistemerai tutto al meglio, mi allontano e chiamo casa dicendo che sono stata trattenuta e rientrerò il giorno dopo.
Mi avvicino al bancone e vedo che la registrazione l'hai fatta a nome della mia società. Ma sei impazzito? E se a Natale mi mandano gli auguri? o per Pasqua?
- ma noooo - mi dici - è una pura formalità. Io non potevo.... - e indichi la tua divisa.
Vaffanculo te e la tua divisa!
Mi trattieni per un braccio. Mi baci. Mi calmo.
I due uomini ci danno le chiavi di un locale in un bed & breakfast poco distante.
- Cercate di non urlare troppo, sennò disturbate i vicini - sogghignano.
Sto per rispondere quando mi trascini via di lì, dicendomi di non far caso a quegli idioti.
Facciamo le scale. L'appartamento è spazioso. Il bianco risalta su tutto, sulle pareti, le lenzuola. I cuscini morbidi. Il materasso duro. Ma più duro tu, che non aspetti un minuto di più. Sollevi il vestito finchè non si ferma sotto le braccia, sposti le mutandine e sprofondi in me. E' troppa la voglia di avermi... di averti. Giochi col mio corpo come fosse quello di una bambola. Entri, esci, ti tuffi fra le gambe e ne esci bagnato dei miei umori. Poi mi baci. E sai di me.
E così la tua lingua scava nella mia bocca senza darmi respiro e soffocando l'urlo del mio orgasmo, che vorrei far sentire al mondo intero, ma che non posso... che poi i vicini si lamentano...
Anche il tuo grido finisce soffocato nella mia gola.
Ora i baci si fanno più leggeri, gentili. E' il momento delle coccole, lo sai, e il mio corpo si aspetta ore ed ore di carezze, come solo tu sai fare.

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mercoledì, 26 marzo 2008, 17:29

(mi sfugge il senso di alcune cose, ma prima o poi l'afferro)

*

C'è stato un tempo in cui non avrei indugiato, un tempo in cui sarei saltata sul treno e sarei corsa da te. In quel tempo, mi facevi ridere, battere il cuore. Mi coccolavi, mi davi il buongiorno e la buonanotte e riempivi ogni spazio vuoto delle mie giornate. E il sesso era una meraviglia. L'unico uomo in grado di farmi venire stando immobile dentro me. Che poi, quando ti muovevi, il mio corpo era completamente tuo.
Smettila di cercarmi. Non ti amo più.
E' che mi fai venire voglia di sentire la mia pelle accarezzata, le membra stremate dal piacere, la gola secca. Cose che posso provare con te o con altri.
Devo aprire le finestre, fare entrare aria nuova. Il passato mi sembra così lontano anche se non lo è, e il presente è troppo altalenante e incerto per godermelo veramente. Il futuro troppo lontano per pensarci seriamente. Spengo la mente...

*

(Quello che ieri era meraviglioso, adesso ha un altro sapore - il gusto che apprezzo oggi è diverso - forse domani troverò il piatto che mi piace, anche se non ne sono sicura)

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martedì, 18 marzo 2008, 16:13

Mi sono girata anche io a guardarla. Così come te, come tutti gli altri presenti nel locale. Con quel suo passo seducente e grintoso, quell’abito rosso dipinto addosso e i capelli morbidamente scompigliati che seguono il corpo. Bellissima. “quelle scarpe di vernice sono stupende” ho pensato. Rosse anche loro, laccate, come il rossetto sulle labbra carnose.
Abbiamo brindato. È il nostro anniversario e non ti sei risparmiato. Hai ordinato uno champagne Mercier millesimato che ha del divino. Abbiamo mangiato pesce, hai riso guardandomi aprire maldestramente le chele con quell’aggeggio infernale di cui non ricordo mai il nome. Ci siamo persi nei silenzi e nelle frasi sussurrate. Mi hai sfiorato la coscia, sotto la tovaglia. Hai sollevato la gonna leggera e sei andato in cerca delle mutandine, ma non le hai trovate. Ho sorriso davanti ai tuoi occhi meravigliati e desiderosi di me.
In macchina hai detto «non mi va di andare a casa…». Io ero un po’ brilla e non so se parlavi di casa mia o casa tua «ti porto a toccare il cielo con un dito»
Così siamo saliti su, in collina. Era buio, buio pesto. Le stelle sembravano lampadine a basso consumo appena accese. Poi abbiamo fatto l’amore. Sesso istintivo, scomodo, caldo, sudato, appiccicoso, urlato, goduto. Meraviglioso, come sempre.
Ho pensato che l’estate è davvero ingrata per gli amanti che sfamano i loro sensi incuranti dell’afa e delle zanzare che banchettano con la pelle nuda e invitante.
Siamo rimasti così, abbracciati, nell’oscurità muta della notte finché non hai rotto il silenzio con la domanda più assurda che in quel momento potevi fare. «perché torni sempre tardi dal lavoro?»
«non torno tardi» ho detto «a quell’ora c’è traffico per strada e ci metto del tempo per arrivare dall’altra parte della città»
Hai cominciato ad agitarti, a dirmi che l’altro giorno eri venuto là e ci avevi visto parlare, che lui mi guardava la scollatura e tutto il resto. Hai continuato con le tue paranoie di gelosia fin quando sono scesa dalla macchina infuriata, sbattendo la portiera. Allora m’hai seguito lungo la carraia, dicendo che dovevi sapere se fra me e lui c’è qualcosa. Cavoli, David! Quello è il mio capo!
«sì… però ha solo un anno più di te!» hai detto rabbioso.
Poi m’hai offeso, senza pensare. Ti ho dato uno schiaffo, senza pensare. Me l’hai restituito, ancora senza pensare.
Mentre un bruciore violento si diffondeva su tutta la guancia, le lacrime mi hanno inondato gli occhi. Ed io detesto piangere. E poi non era così che doveva finire la serata! Giro sui tacchi e mi avvio lungo la strada, delusa e ferita. I fanali dell’auto mi rischiarano il percorso. «Sali, ti porto a casa» dici.
«Non ci penso nemmeno. Stammi lontano. Vattene»
«non fare la scema, sali»
«vaffanculo!» rispondo.
Un “come vuoi” rimbomba nel vuoto ed io resto sola, al buio, in aperta campagna. Porca puttana, perché capitano tutte a me? Sento abbaiare non troppo lontano. Ho paura dei cani e del buio.
Raggiungo un agriturismo poco distante e mi attacco al campanello sperando di essere aperta. L’uomo è scocciato, ma quando vede il mascara disperso sul viso, mi fa entrare e mi offre da bere.
Mi vergogno.
Faccio istintivamente il numero di casa tua, ma non rispondi. Ed io mi sento persa.
Poi il rombo di un motore, il campanello che suona, la tua voce. E mi stringi forte fra le braccia, mi riempi il viso di baci, mi chiedi scusa un milione di volte o forse due. Piango come una bambina, scossa dai singhiozzi e da paure vecchie e nuove che mi hanno aggredito tutte insieme.
Nel tuo letto, facciamo nuovamente l’amore, con tenerezza, dolcemente. Poi, tu ti addormenti. Io, invece, no. Ho ancora bisogno di sentire il tuo calore e i battiti del cuore, per ritrovarmi.
Ma tu, amore, riposa.

*

(ci sono volte che mi perdo... e mi piace... )

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lunedì, 10 marzo 2008, 00:16

Ti avevo detto che sarei tornata da te.
In paese c’è una festa. La grande piazza è rischiarata da luci calde e soffuse, dove voci sommesse accompagnano le note di un fantastico jazz. Il clima che si respira è decisamente delizioso.
Ti cerco senza fretta fra quei volti sconosciuti che mi rivolgono sguardi distratti, che pensano a tutto tranne che a me. Ti scorgo in un gruppetto poco lontano. Stai parlando con una donna e sorseggi un drink. L’abbronzatura risalta sul completo di lino chiaro che indossi: sei bellissimo. Mi fermo un attimo. Ho voglia di perdermi nella tua gestualità, nelle espressioni del tuo viso. È tanto che non ti vedo e sento la necessità di guardarti, di rubare un po’ di te per quando non ci sarai.
Mi vedi. Mi sorridi e ti avvicini.
«E’ andato bene il viaggio?»
Bisbiglio un sì. Un sì che esprime la gioia di aver fatto quel viaggio per tornare da te e la gioia di riaverti vicino. La tua espressione cambia, il sorriso scompare. Prendi la mia mano e la stringi fra le tue, mentre i nostri occhi si parlano in silenzio. Mi conduci in una via secondaria, in salita, fra gli alti alberi le cui fronde sono talmente arcuate da formare una specie di galleria viva. Camminiamo l’uno al fianco dell’altra. Mi parli a bassa voce, ma io non afferro tutte le parole. Sono distratta dai miei pensieri, dal timbro caldo e morbido che usi quando ti rivolgi a me, dalla tua andatura che rallenta con lo scopo di rimanermi alle spalle.
E sento i tuoi occhi accarezzare le mie curve neanche troppo nascoste da questo tubino chiaro che fascia come una seconda pelle. Con una mano, raccogli i capelli e con l’altra fai scendere la zip fino in fondo. Ho un brivido. Il tuo corpo contro il mio, le dita che giocano con gli spallini e fanno scivolare l’abito giù sui fianchi. Il tuo respiro caldo sul collo, i palmi che accolgono i miei seni, il desiderio di me che sento prepotente spingere contro le natiche.
Inerme alle tue voglie, che sono anche le mie.
Una casa disabitata poco più in là. Un cancello chiuso che crea una specie di alcova.
Ti togli la giacca, la camicia, sbottoni i pantaloni. Mi sfili il vestito. Non ho nient’altro addosso.
Voci si fanno vicine, gente di passaggio che va alla festa in paese. Noi, sul nostro prato morbido e umido, consumiamo il nostro atto d’amore incuranti di poter essere scoperti.
I baci sul collo, un braccio che mi accoglie nel tuo petto, le dita che solleticano le labbra, tu dentro di me. Pelle contro pelle, corpo su corpo, cuore nel cuore.
Respirerò fino all'ultimo tuo respiro. In cambio, ti darò la mia anima.

*

O.T. inutile dirmi "hai guardato il tg? sono bellissimo, vero?". Inutile dirlo dopo, intendo

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lunedì, 03 marzo 2008, 22:06
È notte fonda quando mi ritrovo in strada con un cartone fra le braccia ricolmo di cose che avevo parcheggiato a casa tua. Roba che quasi non ricordavo più di avere, ma che mi dava quel giusto senso di possesso su di te. Pensavo che tu tentassi di fermarmi, che mi impedissi di andare via. Sbagliavo. Ed era amore?
Non ricordavo che il parco Ducale fosse chiuso a quest’ora. Oddio, in questo momento la mia lucidità è un po’ annebbiata. I tacchi continuano ad incastrarsi fra i ciottoli di queste maledette vie del centro. Sfilo i sandali e li lancio nel fiume, che è pressoché asciutto. Erano nuovi, cavoli!
Ma sono furiosa. Forse, più tardi, tornerò a cercarli.
Il lungo Parma è deserto alle due del mattino. Un “ehi, bambolina” rompe il silenzio e due ragazzotti si parano davanti, formando una barriera.
<guardate… non è serata. Spostatevi> dico rabbiosa.
Loro ridacchiano, brilli. <una birra ti farebbe bene, baby… > dice quello alto e magro. Il ricciolo più basso mi prende sotto braccio e mi invita a seguirlo. Ho la gola secca, di una strana arsura che fa quasi male. E poi non ho più voglia di camminare senza mèta. Non faccio altro che pensare e ripensare a quello che è successo, alla nostra lite, a quanto sei stronzo e superficiale.
Solo dopo la prima birra, concedo un sorriso. Solo dopo la prima canna, comincio a sentirmi meglio. Finisce che vomito addosso a questi ragazzini tutta la delusione per il mio amore svanito. Tanto, sono così fatti, che neanche si rendono conto di quello che dico. E anche io.
David, David, David… il tuo nome rimbomba sotto l’arco del ponte in questa notte buia.
La birra è calda e non disseta, ma ne butto giù ugualmente a litri. Voglio sballare completamente e non pensarti più. E così accade: tutto si oscura e finalmente tutto tace, la mente e il cuore.
Le prime luci dell’alba accompagnano il rombo delle auto di quei disgraziati mattinieri che sono costretti a lavorare anche per ferragosto.
Tento di muovermi, ma qualcosa mi trattiene ancorata all’erba secca che ha fatto da giaciglio. Una mano avvinghiata a un seno e un corpo che accoglie la mia schiena. Un’altra mano spalmata sul gluteo sotto le mutandine e una testa riccioluta che russa fra i miei seni. Il vestito arrotolato in vita. Ed io rabbrividisco, coi capelli attaccati al viso per colpa della rugiada e forse del sudore. Mi alzo, malferma osservo quei due corpi ancora acerbi che stanotte si sono presi cura di me.
Non so che è successo. Non ricordo. E non mi importa.
Ricordo però dove ho buttato i miei sandali nuovi. Scappo in silenzio a riprendermeli.
… come?... David?... David, chi?
*
(Tacciono le voci del cuore, soffocate dalla mia voglia di dimenticarti)
*
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mercoledì, 20 febbraio 2008, 16:39

Non tutti comprano Amica. E non tutti lo leggono. Viene più facile sfogliarlo e abbuffarsi di immagini, fino a nausearsi di pubblicità. Nell'ultimo numero però, ho trovato un articolo carino che può interessare anche a voi. Si tratta del punto L. Sì, viene dopo il G e si trova alla base del pene e per l'uomo è una zona altamente erogena. Può essere stimolata con la masturbazione, il sesso orale, un rapporto completo.
Nel primo caso la donna deve masturbare il partner premendo con il pollice il suo punto L.
Nel secondo caso deve invece concentrarsi sulla punta con un ritmo costante. Si crea così un effetto-aspirazione che viene trasmesso al punto L.
Il terzo caso è il più complesso: l'uomo deve possedere un muscolo pubo-coccigeo sviluppato e la donna essere in grado di creare con i muscoli vaginali il giusto effetto-aspirazione.
Esercizi e tecniche si trovano su
www.lomb.it/index.php?dl_state=browse&id=205
E voi, siete dei buoni "aspirapolveri"? Io si ;-)

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venerdì, 08 febbraio 2008, 17:08

E' luogo comune pensare che chi scrive racconti erotici dia sfogo alle proprie fantasie erotiche. Io non so le e gli altri, ma per quanto mi riguarda non è così. Solitamente se ho una qualche fantasia, la dico al diretto interessato e vedo di metterla anche in pratica al più presto (ché non sta bene rimanere con la voglia).
Proprio ieri, dicevo a un marinaio che passava di qua, che avevo voglia di fare l'amore con lui nell'androne di un palazzo. E visto che pareva essere una fantasia condivisa, la mente è andata oltre a pensare all'abbigliamento, all'ora del giorno o della notte, al dove e soprattutto al quando. Non vi dico lo sconquasso ormonale...
- E ora che ho voglia di te, che faccio? -
- ... pensa a mia nonna nuda o, in alternativa, a Berlusconi... -
Gli uomini hanno un tatto, a volte, che fa rabbrividire!
Comunque,detto, fatto. All'immagine della vecchietta grinzosa e a gambe larghe, mi sono raffreddata subito. Inoltre, non amando gli uomini molto più grandi di me, pensare al Berlusca ha definitivamente spento l'incendio.
Tornando ai miei racconti, è più facile che narri momenti di vita vissuta. Tanto, il sesso, è uguale per tutti.
Il mio marinaio mi ha fatto una promessa altamente eccitante. Voglio proprio vedere se la mantiene... perchè si sa, che dei marinai non c'è tanto da fidarsi ;-)

E voi, quali sono le vostre fantasie erotiche? Pensate sempre di attuarle col vostro partner oppure spaziate nell'ambito lavorativo, coi vicini di casa, con la migliore amica di vostra moglie o....? Ma poi, le mettete in pratica? Io finora sempre...

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Visto che ho ricevuto lamentele (una) per la descrizione che ho messo ai link dei blog amici, invito tutti quelli in elenco di controllare che il vestitino che vi ho cucito addosso (senza nessuna pretesa di giudizio nei vostri confronti) sia o meno di vostro gradimento.

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mercoledì, 06 febbraio 2008, 22:40
… mi hai morso la coscia, all’interno. Poi sei risalito, su, su, verso le labbra, quelle più nascoste. Ma quando sei arrivato vicino all’inguine, non ho resistito e mi sono divincolata tentando di fuggire da quella deliziosa tortura. Tu hai sorriso e stretto con forza i miei fianchi per impedirmi ogni movimento. Ho visto un lampo nei tuoi occhi e il tuo volto andare a perdersi fra le mie carni. Poi più nulla. Dopo ho solo sentito, annusato, toccato, gustato.
Ti ho sentito godere dentro me, nella mia bocca, fra le mie mani ed i seni.
Alle prime luci dell’alba, te ne sei andato. Era presto, e così sono rimasta lì, su quel letto che aveva ancora le impronte di noi, dei nostri corpi, dei nostri cuori.
Due corpi e un’anima, si dice? Ecco, quelli siamo noi.
Resto rannicchiata il più possibile nel tepore di un qualcosa appena passato che non si può chiamare ancora ricordo. Ma la sveglia è impietosa e ostinata. Allora mi alzo e lentamente ritrovo i miei ritmi naturali, quelli di sempre. Vado in bagno, mi lavo la faccia, denti, ascelle. Mi profumo, mi trucco e mi vesto. Vago per le stanze della mia casa che mi sembra esageratamente grande per una persona sola e che non c’è mai. E se chiedessi a David di trasferirsi da me? Insieme stiamo da Dio. È anche vero che stiamo bene anche ognuno per conto nostro. Beh, magari su questa cosa ci rifletto ancora un po’, tanto non c’è fretta.
Accendo il pc e controllo la posta elettronica. Chissà se sei arrivato in ufficio e mi hai scritto qualcosina di carino come l’altra mattina.
Non so perché apro internet.
Non so perché l’occhio mi cade sulla cronologia.
Non so perché la mia attenzione ricade su un link di you-tube che sono certa di non aver mai visitato.
E basta un attimo per sentire il mondo cadermi addosso.
I nostri filmati, in vetrina.
(SezioneAdulti ---> IlMioCorpo ---> IlTuoCorpo ---> IntimitàViolate ---> INostriAmplessiPubblici ---> SessoApparentementeSoloSesso)
Erano le nostre cose. Era il nostro modo di giocare.
Io mi fidavo di te. E tu hai tradito la mia fiducia. Non credo che potrò mai perdonarti per questo…
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venerdì, 25 gennaio 2008, 23:19
«Fonzie, qua bello!»
Il cucciolo, abbaia, si gira, corre verso di me saltando con le sue zampette corte nell’acqua e mi supera a gran velocità. Non ha proprio intenzione di farsi prendere. Lo inseguo fino in fondo alla baia e, nel tentativo di fermarlo quando ripassa in direzione opposta, scivolo e inzuppo il copricostume fino a metà coscia.
«Vieni ad aiutarmi!» ti imploro.
La tua risata rompe il silenzio e si unisce alla voce del piccolo beagle indemoniato.
Ridi di me, della mia energia, della mia voglia di giocare.
Ridi di quella Claudia che ti fa ridere, che ti rende spensierato, che ti fa stare bene.
Lasci il motoscafo e mi raggiungi. «haaaaa… neanche i cani ti ubbidiscono» e scuoti i capelli.
«forse i cane no… ma tu sei qui…»
«touché, Madame…» e mi fai il baciamano.
Hai gli occhi che brillano. Ci vedo il cielo, il mare… ci vedo te.
Arrotoli una ciocca dei miei capelli attorno all’indice e mi sollevi il mento. «sei bella»
Lo sguardo scende lento dal viso al collo, segue ogni curva del corpo soffermandosi laddove la stoffa si è bagnata e lascia intravedere le mie nudità. Gli spallini si arrendono subito al tuo volere e cadono lungo i fianchi, i seni si offrono a te senza ritegno, alle tue labbra, alla tua bocca che ha voglia di loro, di ogni centimetro della mia pelle. Facciamo l’amore sul bagnasciuga di questa baia dimenticata da Dio, ma dove noi abbiamo trovato il Paradiso.
Respiro il tuo respiro, mangio il sale dalla tua pelle, ti rubo l’Anima. Come tu hai rubato la mia.
Il sole sta tramontando. Accucciata fra le tue braccia, mi chiedo come faremo a tornare in città, col buio. Ma sai una cosa? Non m’importa. Passiamo la notte qui. Io, te, e quell’indemoniato di Fonzie che pare si sia addormentato poco più in là. Che ci manca?
Ti metti su un fianco e mi guardi. Poi inizi a cantare. Sei bellissimo.
Com’è il detto? Due cuori e una capanna? A noi manca la capanna, ma abbiamo il cane! Due cuori e un cane.
Sorrido felice. Prometto che non ti lascerò più andare via.
… ma Tu... Tu, tienimi stretta.
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