- smettila, mi fai male - ma tu niente, continui a spingermi contro il muro. E la ringhiera delle scale mi entra nelle ossa, nei fianchi. Le abrasioni si fanno vive e bruciano. Bruciano forse quanto gli occhi, stanchi di guardardi, parlarti.
Erano anni che non facevo le scale. Sei rampe mi sono sempre sembrate troppe, sia in salita che in discesa. Ma non potevo aspettare l'ascensore. La tua furia mi spaventa. - Tu non vai da nessuna parte - mi dici - tu sei mia -
Vorrei spaccarti la faccia ma tu sei troppo più forte di me.
Premi violentemente il corpo contro il mio. Il tuo fiato sul collo, la bocca impastata di frustrazione per il non riuscire a impedirmi di andare via. Il cazzo duro. E la rabbia... che cresce ad ogni morso, ad ogni carezza che mi tiri. Negli occhi hai scritto di tutto: un mix di semenze che farebbe crescere un giardino delle emozioni da paura. Voglia. Mi attacchi al muro e mi prendi, come hai già fatto altro cento volte, in pieno giorno, fra la gente, eccitato dal fatto che potevi avermi solo tu.
E mi fa incazzare il sentirmi bagnata, avere la mente annebbiata dal desiderio di sentirmi strappare le mutande, di vederti inginocchiato fra le gambe che ti nutri di me. Rabbia per l'animale che sono e che tiri fuori con tanta maestria. Resisto un po'. Sembro più che altro una bambina capricciosa, e forse è proprio quello che sono. Tre secondi sono passati. Ti strappo la camicia di dosso. Mi prendo quel che voglio e tu non hai più tempo di farmi nulla che non sia io a dirti di fare.
Dei passi. Voci nella tromba delle scale.
Ma continuo a cavalcarti con una furia che quasi non riconosco.
- Porca - mi dici ogni volta che riesci a riprendere fiato. - Sei la mia puttana - e mi succhi i seni come un bambino. E io, a questa cosa qui, mica resisto.
Urlo sfinita su di te che spandi seme ovunque. Un disastro nell'insieme. Se poi ci mettiamo anche la coppia di vecchietti che si è fermata sul pianerottolo e si è goduta lo spettacolo. - Che schifo - dice lei arrossendo, mentre lui sogghigna. Adorabile diversità. Poi, fanno retromarcia e scompaiono giù al piano di sotto per prendere l'ascensore.
Siamo due pazzi. Sono le due del pomeriggio. Per fortuna siamo a ferragosto e sono tutti via.
Mi guardi e ridi. Ti do uno schiaffo. - Ora posso andare a fare la spesa? cazzo! -
Risvegliarmi con la tua lingua dentro me era l’ultima cosa che mi sarei aspettata in un pomeriggio come questo, iniziato in solitudine con una gita fuori porta.
Come hai fatto a trovarmi? Nessuno sapeva che sarei venuta a prendere il sole quassù. Quante domande avrei voglia di farti ma l’unica cosa che riesco a fare è stringere delicatamente le cosce attorno al tuo viso e spingere il bacino verso di te.
Ci sono storie che iniziano così, semplicemente… ed altre che finiscono…
Non è stato facile, infatti, affrontare Matteo. Mi ha odiato quando gli ho detto che lo lasciavo per suo cugino. Mi ha odiato con tutto l’amore che aveva per me.
Ma ormai avevo scelto te. E la nostra storia è andata da Dio.
Non ci siamo fatti mancare niente: sesso, amore e fantasia. Stavo quasi per credere che saremmo diventati grandi insieme.
Invece è bastata una visita specialistica per un dolore al costato, qualche esame, lastra e non ricordo cos’altro ancora. Un verdetto tremendo senza possibilità di scampo: pochi mesi di vita. E quando te l’ho detto, mi hai guardato e sei scoppiato a piangere. Poi, confusamente, hai borbottato che hai già sofferto troppo in vita tua e che non te la senti di affrontare un calvario così.
Ed è finita. La nostra storia è finita.
E' notte. Ma non riesco ad essere triste e non provo nemmeno una di quelle paure che mi accompagnano dall’infanzia, che sembrano essersi volatilizzate all'improvviso. E mi ritrovo a vagare per la città buia e poco accogliente, bazzicando posti in cui non mi sarei mai sognata di andare, prendendo per mano persone che fino ad ieri avrei guardato con distacco, mentre ora abbraccio perché sento di conoscerne la sofferenza. Afferro una mano dietro l’altra e in questa migrazione che ha del pazzesco, porto questa massa di disperati a casa mia, con un progetto in testa ben chiaro.
Gli operai lavorano ininterrottamente nelle mie cantine e creano degli ambienti puliti atti ad accogliere questi naufraghi. Mi piace l'idea di essere considerata una spiaggia sulla quale hanno deciso di fermarsi un po'.
Le forze mi abbandonano velocemente e i giorni si spengono uno dopo l’altro. Chiedo aiuto a chi mi ama da quando sono nata e cerco la forza dentro me per resistere fino in fondo. Ma la vita è breve quando la si vive intensamente... troppo breve... e anche se la morte non mi fa paura, mi secca tremendamente dovermene andare.
Mi sono accorta che stavo guardando il cielo solo quando la tua voce ha rotto il silenzio e mi ha fatto spalancare gli occhi sul mondo. Prima stavo solo guardando il mio mondo…
In particolare, mi ero persa nella retta perfetta creata dalla scia di quell’aereo lassù. Ormai l’azzurro è diviso in due, l’operazione quasi conclusa. Mi sono sempre chiesta cosa potrebbe nascere da quello strano parto cesareo. Ho immaginato più volte una cascata di stelle, uno squarcio verso altri orizzonti, un’apertura mentale che va oltre l’umano. So che è un’utopia, che non assisterò mai a nulla del genere. Ma mi hanno detto che sognare è gratis e non voglio risparmiarmi. Non in questa vita.
La brezza scompiglia i capelli che si animano al vento. Usi entrambe le mani per fermarli sulla nuca e potermi guardare negli occhi.
Ho un brivido. Mi stringo a te.
Liberi una mano e col dorso sfiori una guancia, segui il contorno del viso e finisci con l’avvolgermi l’altra guancia con l'intero palmo. Poi scendi nuovamente sulla nuca e mi inviti a sollevare il capo verso di te.
I tuoi occhi sono incredibili. Quando qualcosa ti anima il cuore, cambiano colore: l’azzurro limpido diventa cupo e prende i colori della notte.
Non ho mai assistito a uno spettacolo altrettanto meraviglioso.
“…perché non prendiamo una casa al mare?”
“eh?”… non so, forse non ho capito bene. Forse è meglio che me lo ripeti. Sai… è che stiamo insieme da pochi mesi e, anche se sento di amarti, non riesco ancora a pensare ad un futuro insieme.
“Sì, perché non prendiamo una casa al mare? Per andarci quando siamo stanchi di stare in città, da usare come rifugio… per portarci i bambini…” ripete convinto.
“eh???” … i bambini? Non abbiamo mai affrontato l’argomento. Chi ti dice che voglio averne? Chi ti dice che potremo averne? Chi ti dice che io voglia una base fissa al mare dove portare questi ipotetici bambini? E poi, di quanti bambini stiamo parlando? Due, tre, dieci… venticinque? Non so, David, mi spaventa l’idea del parto. Mi spaventa l’idea di avere la responsabilità di qualcun altro. Io non credo di essere abbastanza adulta per tutto ciò. E tu, sì?
E poi… sì… poi… io detesto la vita da snob. Io non voglio la villa a Capri e neanche una a Cortina. Sono contenta se tu te le puoi permettere. Ma se te le puoi davvero permettere, non avrai problemi a portami in albergo in questi posti, no?
Poi… poi io sono una zingara. A me piace vedere il mondo. Se mi metti una palla al piede, o peggio, se ti metti le pantofole ai piedi, io muoio. Ecco… la Claudia che conosci ora, la vedi bella che defunta in una bara.
Comunque, bellissimo amore mio, mi sembra che dobbiamo parlare ancora di tante cose … e non so se due caratteri tanto diversi come i nostri potranno mai avere un futuro insieme.
Mi senti tremare. Non aspetti risposta. Dici semplicemente “ne riparliamo più tardi, davanti a un bicchiere di champagne… ti va?”
Come dirti di no…
Mi riempi il viso di baci prima di inoltrarci per le vie deserte del centro.
Il tramonto è rosso, i tuoi occhi ancora blu cobalto ed io… io mi sento bianca, bianca come una nuvola, oppure no... come una mosca bianca, ecco.
Su, in alto, l'aereo è scomparso e la scia non è più così netta, ma più bassa, più grossa, quasi mi stesse invitando ad afferrarla. David, credimi... io ti amo, ma è troppa la voglia di volare...
L'alba spinge per catapultarmi fuori dal mio mondo.
Ma non voglio, non ancora.
Avverto la classica ansia di chi non ha vie di fuga. Il sogno si sta per concludere ed io sto nuovamente per morire in qualche modo assurdo e al posto di qualcun altro. Provo nel dormiveglia un forte senso d'ingiustizia dato dall'assurdità di finire sempre in mezzo a cose che non mi appartengono. Mi affanno nel tentativo di saltarci fuori in tempo, ma non c'è niente da fare: muoio...
- Game Over -
Anche stanotte sono morta un altro po'... un po' troppo, per i miei gusti. Io, che preferisco i sogni erotici, non mi sento a mio agio quando tiro le cuoia.
Allora cerco di non darmi per vinta. Lotto un altro po', giusto per trovare pace a quella parte di me che non sopporta l'altra che lascia andare e si arrende. Fingo. Anche in sogno. E mi aggrappo con tutte le forze alle braccia di Morfeo, pregandolo di concedermi un flashback che mi consenta di modificare quella stupida e inutile fine che per la milionesima volta da quando sono nata, si ripropone. Lui ride. Gli devo proprio sembrare buffa. E mi piace sentirlo ridere perchè mi risveglia i sensi, il corpo. Morfeo ha deciso che per stanotte è andata come è andata. Che non mi darà altre possibilità. Che è la vita reale che eventualmente da' questa chance e che lui, nel suo mondo, fa quel cavolo che gli pare. E gli girano un po' le palle nel vedere che tento sempre di fare andare le cose come più mi sono congeniali. Poi però mi sorride ancora e mi concede un'ultima immagine: l'espressione beffarda sul mio viso che segna una rinascita.
Contenta, allento la presa e lascio che scivoli via, verso l'alto.
E io, qui in basso, mi sgranchisco, allungo il corpo, inarco la schiena. Un raggio di sole filtra dalle persiane e gioca coi miei occhi che si ostinano a voler rimanere chiusi. Però... si preannuncia una bella giornata di sole, di bricolage e di spaventapasseri.
Del resto, è meglio morire un po' di notte, ma vivere il giorno...
La sciabola scintilla nell'aria colma di rabbia e ferocia, ed un raggio di sole rifratto mi acceca, costringendomi a coprire gli occhi. Ma non vorrei... non dovrei.
Dio salva il mio Re!
Salva il mio Re che sta combattendo per salvare la sua gente, la sua Regina.
Ma un frantumarsi d'ossa, un lacerarsi di carne, muscoli, tendini, mi costringe ad alzare nuovamente il capo e i nostri sguardi si uniscono per l'ultima volta. Odo, nel silenzio, parole d'amore mai pronunciate e i farfugliamenti di un cuore votato solamente a me.
E' un'aberrazione il tuo corpo martoriato. Uno scempio alla natura.
L'arto è a terra che stringe ancora la spada e sembra muoversi contro un avversario che ormai ha vinto. Quel nemico spietato sferra l'attacco finale e il capo rotola ai miei piedi.
E piango nei tuoi occhi.
Piango sulle tue labbra.
Ti stringo forte al petto facendo mio il tuo ultimo respiro.
E sorrido quando i calzari impolverati si avvicinano alle mie ginocchia.
Sorrido al luccichio della sciabola che rotea al sole.
Resta impresso il sorriso sul volto, quando la mia testa viene recisa dal corpo.
Sorrido perchè adesso siamo nuovamente insieme, mio Re.
Impunita, finora, la voglia di te.
Sguardi che ci seguono incessantemente. Solo la notte da un po' di sollievo al nostro desiderio di intimità.
Abbiamo camminato per ore, passando da una strada all'altra di quest'amena località balneare, mischiati fra la folla e, adesso che è sera, le strade sono diventate stranamente deserte. Il rumore dei tacchi riecheggia un po' tetro ma tu, sicuro, mi conduci per mano alla ricerca di un posto per la notte. Non hai prenotato. Ti strozzerei.
L'ufficio del turismo offre tutte le soluzioni, appena vede entrare un tutore della legge. Sicura che sistemerai tutto al meglio, mi allontano e chiamo casa dicendo che sono stata trattenuta e rientrerò il giorno dopo.
Mi avvicino al bancone e vedo che la registrazione l'hai fatta a nome della mia società. Ma sei impazzito? E se a Natale mi mandano gli auguri? o per Pasqua?
- ma noooo - mi dici - è una pura formalità. Io non potevo.... - e indichi la tua divisa.
Vaffanculo te e la tua divisa!
Mi trattieni per un braccio. Mi baci. Mi calmo.
I due uomini ci danno le chiavi di un locale in un bed & breakfast poco distante.
- Cercate di non urlare troppo, sennò disturbate i vicini - sogghignano.
Sto per rispondere quando mi trascini via di lì, dicendomi di non far caso a quegli idioti.
Facciamo le scale. L'appartamento è spazioso. Il bianco risalta su tutto, sulle pareti, le lenzuola. I cuscini morbidi. Il materasso duro. Ma più duro tu, che non aspetti un minuto di più. Sollevi il vestito finchè non si ferma sotto le braccia, sposti le mutandine e sprofondi in me. E' troppa la voglia di avermi... di averti. Giochi col mio corpo come fosse quello di una bambola. Entri, esci, ti tuffi fra le gambe e ne esci bagnato dei miei umori. Poi mi baci. E sai di me.
E così la tua lingua scava nella mia bocca senza darmi respiro e soffocando l'urlo del mio orgasmo, che vorrei far sentire al mondo intero, ma che non posso... che poi i vicini si lamentano...
Anche il tuo grido finisce soffocato nella mia gola.
Ora i baci si fanno più leggeri, gentili. E' il momento delle coccole, lo sai, e il mio corpo si aspetta ore ed ore di carezze, come solo tu sai fare.
«… ha portato via gli album con le nostre foto… i quadri che avevamo comprato durante i viaggi… la mia collezione di conchiglie… e… e…» scoppio nuovamente a piangere.
Mi porgi un fazzoletto. Riesci a farmi ridere. Pensi veramente che questi trenta centimetri quadrati riusciranno a contenere il mare che ho dentro?
«non capisco perché gli hai lasciato le chiavi di casa. Speravi che tornasse?» dici con un filo di rabbia. Hai sempre invidiato David. Avresti voluto essere al suo posto vicino a me e invece ho scelto lui.
Vedi, Luca, dovresti essere contento… guarda il lato positivo... ora non sarei qui fra le tue braccia.
Rifletto sulla tua domanda: speravo forse che tornasse? Boh, non so. Non credo. In realtà, devo ancora capire il vero motivo per cui ci siamo lasciati. La lite è stata furiosa. Sono volate parole forti, quelle parole che feriscono più dei fatti e che non dimenticherai mai, nemmeno se poi fai pace. Ma non abbiamo fatto l’amore come le altre volte. Sono andata a prendere le valigie, le ho riempiete con tutte le sue cose e le ho lasciate sul pianerottolo. David mi ha guardato stupito.
“stai scherzando, vero?” mi ha detto.
“no. Prendi quello che manca e lascia le chiavi sul tavolo quando te ne vai” ho risposto. Poi sono uscita e al ritorno non c’era più.
«smettila di piangere che diventi brutta» mi dici. E ti siedi sul divano vicino a me, mi accarezzi il viso, mi baci la fronte, le guance. Sfiori le labbra. Ho un fremito.
«no, ti prego»
Mi baci. Le labbra morbide. Il torace che mi accoglie, le mani che scendono dalla nuca giù lungo la schiena.
Ma la mente non si ferma. Non è te che voglio. La rabbia cresce al pensiero di David che si è portato via anche Fonzie. Lui, che i cani neanche gli piacciono. Che ha fatto una storia infinita quando l’ho portato a casa. Bastardo! Avessimo avuto dei figli, che avrebbe fatto?
Convivevo con un pazzo, ecco.
Fiumi di lacrime riprendono il loro cammino verso la luce, verso i miei e i tuoi vestiti.
E ti stacchi da me, inerme, con lo sconforto disegnato sul tuo bel viso. Perdonami Luca, non ho la testa per… per nulla, nemmeno per te.
Ti allontani e torni con un bicchiere d’acqua. Mi fai inghiottire non so quante pillole. Cosa sono? Luca, ti voglio bene, prenditi cura di me. Le tue mani riprendono ad accarezzarmi i capelli, i singhiozzi rallentano, il respiro si fa più lento. Hai le braccia accoglienti. Mi lascio stringere. Poi, il buio avvolge tutto. Smetto di piangere, ma non di vivere.
Mi sono girata anche io a guardarla. Così come te, come tutti gli altri presenti nel locale. Con quel suo passo seducente e grintoso, quell’abito rosso dipinto addosso e i capelli morbidamente scompigliati che seguono il corpo. Bellissima. “quelle scarpe di vernice sono stupende” ho pensato. Rosse anche loro, laccate, come il rossetto sulle labbra carnose.
Abbiamo brindato. È il nostro anniversario e non ti sei risparmiato. Hai ordinato uno champagne Mercier millesimato che ha del divino. Abbiamo mangiato pesce, hai riso guardandomi aprire maldestramente le chele con quell’aggeggio infernale di cui non ricordo mai il nome. Ci siamo persi nei silenzi e nelle frasi sussurrate. Mi hai sfiorato la coscia, sotto la tovaglia. Hai sollevato la gonna leggera e sei andato in cerca delle mutandine, ma non le hai trovate. Ho sorriso davanti ai tuoi occhi meravigliati e desiderosi di me.
In macchina hai detto «non mi va di andare a casa…». Io ero un po’ brilla e non so se parlavi di casa mia o casa tua «ti porto a toccare il cielo con un dito»
Così siamo saliti su, in collina. Era buio, buio pesto. Le stelle sembravano lampadine a basso consumo appena accese. Poi abbiamo fatto l’amore. Sesso istintivo, scomodo, caldo, sudato, appiccicoso, urlato, goduto. Meraviglioso, come sempre.
Ho pensato che l’estate è davvero ingrata per gli amanti che sfamano i loro sensi incuranti dell’afa e delle zanzare che banchettano con la pelle nuda e invitante.
Siamo rimasti così, abbracciati, nell’oscurità muta della notte finché non hai rotto il silenzio con la domanda più assurda che in quel momento potevi fare. «perché torni sempre tardi dal lavoro?»
«non torno tardi» ho detto «a quell’ora c’è traffico per strada e ci metto del tempo per arrivare dall’altra parte della città»
Hai cominciato ad agitarti, a dirmi che l’altro giorno eri venuto là e ci avevi visto parlare, che lui mi guardava la scollatura e tutto il resto. Hai continuato con le tue paranoie di gelosia fin quando sono scesa dalla macchina infuriata, sbattendo la portiera. Allora m’hai seguito lungo la carraia, dicendo che dovevi sapere se fra me e lui c’è qualcosa. Cavoli, David! Quello è il mio capo!
«sì… però ha solo un anno più di te!» hai detto rabbioso.
Poi m’hai offeso, senza pensare. Ti ho dato uno schiaffo, senza pensare. Me l’hai restituito, ancora senza pensare.
Mentre un bruciore violento si diffondeva su tutta la guancia, le lacrime mi hanno inondato gli occhi. Ed io detesto piangere. E poi non era così che doveva finire la serata! Giro sui tacchi e mi avvio lungo la strada, delusa e ferita. I fanali dell’auto mi rischiarano il percorso. «Sali, ti porto a casa» dici.
«Non ci penso nemmeno. Stammi lontano. Vattene»
«non fare la scema, sali»
«vaffanculo!» rispondo.
Un “come vuoi” rimbomba nel vuoto ed io resto sola, al buio, in aperta campagna. Porca puttana, perché capitano tutte a me? Sento abbaiare non troppo lontano. Ho paura dei cani e del buio.
Raggiungo un agriturismo poco distante e mi attacco al campanello sperando di essere aperta. L’uomo è scocciato, ma quando vede il mascara disperso sul viso, mi fa entrare e mi offre da bere.
Mi vergogno.
Faccio istintivamente il numero di casa tua, ma non rispondi. Ed io mi sento persa.
Poi il rombo di un motore, il campanello che suona, la tua voce. E mi stringi forte fra le braccia, mi riempi il viso di baci, mi chiedi scusa un milione di volte o forse due. Piango come una bambina, scossa dai singhiozzi e da paure vecchie e nuove che mi hanno aggredito tutte insieme.
Nel tuo letto, facciamo nuovamente l’amore, con tenerezza, dolcemente. Poi, tu ti addormenti. Io, invece, no. Ho ancora bisogno di sentire il tuo calore e i battiti del cuore, per ritrovarmi.
Ma tu, amore, riposa.
Ti avevo detto che sarei tornata da te.
In paese c’è una festa. La grande piazza è rischiarata da luci calde e soffuse, dove voci sommesse accompagnano le note di un fantastico jazz. Il clima che si respira è decisamente delizioso.
Ti cerco senza fretta fra quei volti sconosciuti che mi rivolgono sguardi distratti, che pensano a tutto tranne che a me. Ti scorgo in un gruppetto poco lontano. Stai parlando con una donna e sorseggi un drink. L’abbronzatura risalta sul completo di lino chiaro che indossi: sei bellissimo. Mi fermo un attimo. Ho voglia di perdermi nella tua gestualità, nelle espressioni del tuo viso. È tanto che non ti vedo e sento la necessità di guardarti, di rubare un po’ di te per quando non ci sarai.
Mi vedi. Mi sorridi e ti avvicini.
«E’ andato bene il viaggio?»
Bisbiglio un sì. Un sì che esprime la gioia di aver fatto quel viaggio per tornare da te e la gioia di riaverti vicino. La tua espressione cambia, il sorriso scompare. Prendi la mia mano e la stringi fra le tue, mentre i nostri occhi si parlano in silenzio. Mi conduci in una via secondaria, in salita, fra gli alti alberi le cui fronde sono talmente arcuate da formare una specie di galleria viva. Camminiamo l’uno al fianco dell’altra. Mi parli a bassa voce, ma io non afferro tutte le parole. Sono distratta dai miei pensieri, dal timbro caldo e morbido che usi quando ti rivolgi a me, dalla tua andatura che rallenta con lo scopo di rimanermi alle spalle.
E sento i tuoi occhi accarezzare le mie curve neanche troppo nascoste da questo tubino chiaro che fascia come una seconda pelle. Con una mano, raccogli i capelli e con l’altra fai scendere la zip fino in fondo. Ho un brivido. Il tuo corpo contro il mio, le dita che giocano con gli spallini e fanno scivolare l’abito giù sui fianchi. Il tuo respiro caldo sul collo, i palmi che accolgono i miei seni, il desiderio di me che sento prepotente spingere contro le natiche.
Inerme alle tue voglie, che sono anche le mie.
Una casa disabitata poco più in là. Un cancello chiuso che crea una specie di alcova.
Ti togli la giacca, la camicia, sbottoni i pantaloni. Mi sfili il vestito. Non ho nient’altro addosso.
Voci si fanno vicine, gente di passaggio che va alla festa in paese. Noi, sul nostro prato morbido e umido, consumiamo il nostro atto d’amore incuranti di poter essere scoperti.
I baci sul collo, un braccio che mi accoglie nel tuo petto, le dita che solleticano le labbra, tu dentro di me. Pelle contro pelle, corpo su corpo, cuore nel cuore.
Respirerò fino all'ultimo tuo respiro. In cambio, ti darò la mia anima.
*
O.T. inutile dirmi "hai guardato il tg? sono bellissimo, vero?". Inutile dirlo dopo, intendo
... ho girato l'occhio ed eri lì.
Quanto tempo è passato. O forse sembra tanto e, invece, non lo è. Ma mi sembra passato un secolo dall'ultima volta che la tua mano mi ha accarezzato la gamba, mentre guidavi.
Ci siamo scambiati uno sguardo distante.
Una cosa davvero strana per due persone che hanno diviso tre anni della loro vita, che hanno condiviso momenti importanti, pensieri ed emozioni.
Non mi hai neppure salutato. Ti sei girato e hai continuato giù, lungo la via, per scomparire dietro l'angolo in silenzio.
E se rivederti non mi aveva provocato particolari sentimenti (ché le storie finite si vedono sempre col dovuto distacco), un'ondata di rabbia improvvisa mi ha squassato il petto. Tu, e la tua divisa del cazzo!
Tu, e il tuo sentirti al di sopra di tutti e di tutto.
Tu, e i tuoi deliri di onnipotenza.
Tu, e la tua certezza di custodire ogni verità.
Tu, e la tua incapacità di amarmi in modo sano. Ti sarei corsa dietro per... per... non so bene per cosa, ma sicuramente per nulla di buono.
Col cuore in fibrillazione, sono restata immobile per qualche minuto, incurante della gente che chiedeva "permesso" e che scendeva in strada pur di schivarmi. Poi sei riapparso da dietro lo stesso angolo che ti aveva nascosto. Ho pensato che non cambierai mai. Che ti crogioli ancora nel tuo atteggiamento di maschio "duro e che non deve chiedere mai". Proprio quella figura che mi ha accompagnato nella crescita e che tu mi hai insegnato a odiare. Sì, tu mi hai insegnato ad odiare chi mi prende e mi lascia.
Odiare gli uomini mascherati da una sensibilità fasulla.
Odiare gli uomini che non hanno rispetto di me, che mi fanno soffrire.
Odiare gli uomini che parlano in un modo e agiscono in un altro.
Uomini come Te.
E tu, ora, a un passo da me.
Il mio respiro intermittente, incostante, carico della parte peggiore di me.
Il tuo sguardo fiero sprofonda nel mio corpo, in cerca di rimasugli di Noi. Ma non ne trovi.
Caro mio, ho archiviato la pratica, Bus. Ho eliminato i file corrotti e danneggiati. Tu eri troppo preso a ripulire il mondo, per poterti occupare dignitosamente di me.
Ho incontrato quelle labbra carnose che, un tempo, mi facevano gemere di piacere, e ho sfiorato la tua mano.
Ma il tuo sorriso beffardo... la tua faccia da schiaffi...
... ho preso e sono corsa via... lontana...